Negli ultimi mesi vi sarà certamente capitato di sentir parlare di “Perpetual Beta”.
Il termine indica progetti software che vengono aggiornati in maniera continua.
Ma è un bene o un male?

Se chiediamo ad un utente cosa sia per lui una “versione Beta”, molto probabilmente ci sentiremo rispondere che è un software incompleto, non ancora pronto per un utilizzo su larga scale.

Fino a qualche anno fa, il nostro caro utente, aveva tutte le ragioni per pensarlo. In genere il software in versione beta era considerato, dagli stessi sviluppatori, ancora in fase di testing e quindi non adatto ad un utilizzo su larga scala.
Oggi le cose sono cambiate, ed internet ha contribuito non poco a questo cambiamento.
Gran parte delle applicazioni che eravamo abituati ad installare sul nostro PC, sono oggi disponibili anche “live” (Google Docs, Zoho, ecc..).
Lo sviluppo di applicazioni web, e le modalità in cui gli utenti ne usufruiscono, sono sostanzalmente differenti da quelle di applicazioni “stand-alone” (da installare sulle nostre macchine). Un’applicazione web deve “girare” su diversi sitemi operativi, su periferiche molto differti tra loro (cellulari, PC, palmari, portatili, tablet, ecc..), con risoluzioni di ogni tipo ed in continua evoluzione (quante nuove periferiche escono ogni anno?).

La continua evoluzione delle periferiche, dei media e delle esigenze di utenza, ha portato a nuove metodologie di sviluppo e di gestione dei progetti software.
Eventuali bachi vengono corretti in pochissimo tempo, nuove funzionalità vengono sfornate quotidianamente, e le interfacce tengono sempre in maggior considerazione la “user experience”.
Questa è la filosofia del “perpetual beta”: software di alto livello qualitativo, semplice da utilizzare e sempre aggiornato.
O no? 😉
Ditemi la vostra.

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